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A PIEDI NUDI TRA LE MANGROVIE- IN VIAGGIO DURANTE IL COVID- Capitolo 1


Monday, October 19, 2020

20200227_0902271.jpgQuesta è la storia di cinque persone che saranno costrette a viaggiare, o non potranno farlo, nel periodo del Covid 19. Tutte le storie qui raccontate sono tendenzialmente vere, ma probabilemente false, o viceversa; a voi la scelta.

Un capitolo al giorno (tranne il sabato e la domenica).

UNO. PREMESSA. LA MIA QUARANTENA FU QUELLA CHE FU.

Capitolo 1

La scelta

- E allora? Che cosa facciamo?

Qui a Freetown, in Sierra Leone, ci sono zero casi; il morbo non è ancora arrivato, riferiscono le autorità ai mezzi di informazione. Rimanere, invece di rientrare in Europa, nell’occhio del ciclone dell’infezione, sarebbe saggio.

Mi muovo dal balcone alla camera da letto, otto metri scarsi, in mutande, mentre aspetto una risposta.

Il sudore scende dalle tempie, una goccia si intrufola nell’orecchio e forma una bolla. Stacco il telefono, bagnato, raccolgo la maglietta che indossavo in mattinata per asciugarlo.

In casa non c’è un alito di vento e trentacinque gradi.

Osservo il ventilatore, immobile: non c’è corrente. Come ogni giorno la fornitura si ferma, con svizzera precisione, dalle 9 del mattino alle 6 del pomeriggio. Nove ore senza elettricità; devo ricordarmi di non aprire il frigorifero.

-  È stato confermato? Chiede Abigail, la mia compagna tedesca.

L’Air France tra due giorni sospenderà i voli Freetown- Parigi; Bruxelles Airlines tra tre giorni.

Abbiamo poca scelta: solo cinque compagnie transitano in Sierra Leone.

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I TEMPI DEL CORONAVIRUS- La seconda delle tre


Thursday, April 9, 2020

“Io accuso, Signor Commissario!”

“E come se n’è accorto?”

“Mi ero insospettito dopo averlo visto nella stessa zona per due sere consecutive e così mi sono appostato.”

“Come mai ha deciso di prendere questa iniziativa, agente Guano?”

“Per la semplice ragione che in questi giorni l’unica cosa che abbiamo da fare è fermare ragazzini che scappano di casa… e le devo dire la verità, signor Commissario. Posso?”

“Certo che può. Anzi, deve!”

“Mi manca l’azione. Mi mancano le indagini e gli appostamenti. E io vorrei tanto passare di grado e diventare Ispettore…”

“Va bene, va bene… Della sua carriera ne parleremo più tardi, ma continui a dirmi del suo appostamento. Quindi è nato spontaneamente? Senza che nessun superiore glielo abbia richiesto?”

“Credevo di rendermi utile per il mio paese. Ho fatto male?”

“Non ha fatto male, anzi ha fatto benissimo. Ma continui, la prego…”

“Quindi come le dicevo, il sospetto, si muoveva dalle parti di via Nino Bixio e senza la mia divisa, per evitare di dare nell’occhio, mi sono piazzato da quelle parti. Attendendo. Per sfortuna la prima serata l’ho incontrato solo sulla via del ritorno.”

“Un attimo, Guano…”

“Mi dica signor Magistrato.”

“Come ha fatto a capire che era la via del ritorno?”

“Perché il sospetto si muoveva in direzione contraria alla solita e con due ore di ritardo rispetto alle prime due volte che ci eravamo incontrati, signore.”

“Va bene, continui pure.”

“Al che l’ho seguito, incuriosito, visto che mancandomi la divisa, avrei sì potuto fermarlo, qualificandomi, ma financo insospettirlo e lui avrebbe evitato di condurmi sulla scena del crimine.”

“Ha fatto benissimo.”

“L’ho seguito sino al suo domicilio e sul campanello risultava, effettivamente, il suo cognome.”

“Benissimo!”

“Allora l’indomani, al termine del mio turno di servizio, che corrispondeva bene o male con l’orario nel quale il sospetto, Odoacre Chierico, si allontanava dalla sua abitazione, mi sono appostato e l’ho seguito.”

“E quale è stata la scoperta.”

“Quel giorno in verità, non vi è stata nessuna scoperta, signor Commissario. Ho seguito il signor Chierico e, dopo un paio di isolati, l’ho visto e, inutile perfino aggiungerlo, con fare circospetto e con un codice imparato in precedenza, bussare alla porta di un garage ed entrarvi, ben attento a non farsi scoprire. Da quel momento, considerando la cosa sospetta, invece di paventare un’irruzione, ho atteso prima di decidere il da farsi.”

“Ed è rimasto lì per quanto tempo?”

“Circa due ore.”

“Immobile?”

“Mi sono concesso qualche giro dell’isolato per evitare che le gambe si intorpidissero per il freddo.”

“E dopo le due ore?”

“E dopo le due ore, da quel covo di perdizione la gente è cominciata ad uscire.”

“Tutti insieme?”

“Alla spicciolata. Le ho già detto che questa organizzazione criminale è preparatissima a fronteggiare un’eventuale ispezione delle forze dell’ordine. Ogni tre minuti, usciva un sospetto.”

“Quindi, Guano, lei è rientrato a casa?”

“Affatto signore. Esibendo il mio tesserino di poliziotto ho fermato un altro dei partecipanti all’incontro criminoso, chiedendogli di esibire i documenti e l’autocertificazione e ne è risultato che, il signor Aldo Cantarutti, di anni settantanove, coetaneo del Chierico, dopo essersi recato alla farmacia, stava rientrando a casa.”

“Ed era effettivamente stato alla farmacia?”

“Il sospetto, non sospettando di essere stato seguito, ha estratto una confezione di pillole contro l’alta pressione.”

“E le ha mostrato lo scontrino?”

“Mi ha detto che ha buttato lo scontrino subito dopo esser uscito dalla farmacia, nel primo cassonetto.”

“E lei ci ha creduto?”

“Affatto. Ma cos’altro potevo far, signor Commissario?”

“Nulla, nulla. La legge era dalla parte del signor Cantarutti. E quindi, agente Guano?”

“Quella sera nulla. Ma ieri, mio giorno di libertà mi sono posizionato in zona e ho atteso. Ho contatto otto persone. Tutte di età ottuagenaria e tutti che, con fare quanto meno sospetto, con un codice in uso ai gruppi criminosi, erano ammessi al locale. Dopo aver osservato, mi sono deciso a intervenire.”

“Ma così? Senza alcuna autorizzazione del tribunale?”

“Signor Commissario ho preferito agire, perché pensavo che la situazione stesse degenerando.”

“In che senso?”

“Ho sentito delle urla!”

“Di paura?”

“Non saprei. Mi sono avvicinato di soppiatto e ho sentito le urla.”

“Non avrà sfondato la porta?”

“Ho semplicemente bussato.”

“E le hanno aperto?”

“Certo. Ovviamente signor Commissario non mi sono classificato come un agente delle forze dell’ordine, ma solo come un padre alla ricerca di suo figlio.

“Ovviamente!”

“E come se nulla fosse, il signor Letterio Catapano, come presentatosi, favorendomi anche il piacere di stringermi la mano, contrario alle norme vigenti, attualmente, mi ha informato di stare facendo un tresette, riservato a pochi amici, nel numero di otto, nel garage di sua proprietà. Pregandomi di mantenere il riserbo, anche con la signora sua moglie e con il vicinato per evitare qualsivoglia problema.”

“Ah!”

“Le urla che avevo sentito facevano parte del gioco e quello che i miei occhi hanno osservato erano un’infrazione delle regole emanate dal nostro governo, nelle settimane scorse. Otto e dicasi otto anziani che si divertivano, tra i fumi delle sigarette e quelli dell’alcol a giocare a tresette. Indi per cui, signor Magistrato, ce la facciamo una bella perquisizione, più tardi nel pomeriggio al signor Litterio Catapano?”

I TEMPI DEL CORONAVIRUS- La prima delle tre-


Tuesday, March 31, 2020

Aveva chiuso la portiera e messo in moto.

Gesù.

Era impossibile da credere, eppure duemila anni dopo la sua morte, il colpevole era lui.

Doveva crederci?

Il maresciallo era stato categorico.

Era uscito con una scusa. Aveva il disinfettante antibatterico nella tasca della giacca, la mascherina e i guanti di lana, gli unici che possedeva. Fuori dal finestrino il sole splendeva rumoroso in cielo.

Avrebbe avuto bisogno dell’autocertificazione?

Aveva spinto sull’acceleratore. Come se arrivare prima al commissariato avrebbe allontanato la possibilità del contagio. La strada era deserta.

Dopo qualche centinaio di metri, complice una brusca frenata, per evitare di colpire un altro solitario automobilista, aveva ripreso a guidare con la necessaria prudenza.

Una volante dei carabinieri, alle sue spalle, lampeggiò e lui accostò al bordo della strada.

“Mi può mostrare l’autocertificazione e spiegarmi dove si sta recando?” Chiese il militare all’apertura del finestrino. Si teneva a debita distanza e aveva il volto coperto da una mascherina.

“In verità, al momento, non ho l’autocertificazione…”

“Lo sa che questa è un’infrazione? Le costerà un’ammenda… E non sarà solo una sanzione amministrativa…”

“Mi spiace ma, con tutte queste regole, non sapevo se ne avessi avuto bisogno o meno…”

“Perché? Lei ha sempre bisogno dell’autocertificazione quando esce di casa.”

“Guardi signor agente, è abbastanza imbarazzante ciò che sto per dirle, perché mi sto recando in commissariato. E siccome sto andando là…”

“Appunto per quello, aveva bisogno dell’autocertificazione.”

“Ma io sono stato convocato dal Maresciallo, con urgenza.”

“E per quale ragione? È per caso un consulente?”

“No, diciamo problemi familiari…”

“Suo figlio? Non lo dica a me. Ieri sono andato a prendere il mio, mentre giocava a calcio con gli amici. Vada, vada e se succede ancora, si ricordi di portare l’autocertificazione…”

“Grazie e buona giornata.”

Chiuse il finestrino e ripartì verso gli uffici della polizia.

Per la prima volta in quella zona della città riuscì a parcheggiare senza problema. Sul cancello vi erano degli agenti. Non sapeva se avvicinarsi o attendere che si muovessero.

Si avvicinò cercando di fare rumore. Quando era a circa cinque metri uno degli agenti gli urlò qualcosa. Anche loro avevano il volto coperto.

“Che cosa fa qui?”

“Devo vedere il maresciallo!”

“Per quale ragione?”

“In verità mi ha convocato lui.”

Il maresciallo, invece di farlo accedere nel suo ufficio, lo incontrò all’esterno. I due si disposero a qualche metro di distanza.

“Mi spiace signor…”

“Calogero…”

“Mi dispiace signor Calogero, ma l’accusa è molto seria. Siamo di fronte ad una adunata, sediziosa, premedita. E al momento le pene potrebbero essere cospicue. Visti i tempi che ci troviamo a vivere.”

“Ma possibile?”

“Guardi, hanno confermato tutto. Anzi è stato grazie alla segnalazione di sua moglie se siamo riusciti a fermarli prima che accadesse l’irreparabile.”

“Non discuto affatto e credo che quello che abbiano fatto sia assolutamente censurabile eppure sembrano così innocenti.”

“In base a quel che hanno anche detto, perché non hanno nemmeno voluto attendere l’arrivo dell’avvocato per confessare, stavano preparando l’azione da qualche giorno.”

“Mi sembra impossibile, e pensare che si comporta sempre in maniera così responsabile, anche quando le lasciamo i bambini piccoli…”

“Più che impossibile, pare che fosse lei l’organizzatrice.”

“Non posso crederci!”

“Guardi non le faccio sentire la registrazione che ci ha rilasciato, solo per evitare che lei vada dentro e le faccia una scenata.”

“Ma come è potuto succedere? E perché mia moglie non mi ha detto nulla?”

“Sua moglie non le ha detto nulla perché lei non le avrebbe creduto e ha preferito informare noi.”

“Ma io ancora…”

“Guardi. La storia è cominciata due giorni fa. La Biancofiore ha contattato il La Torre, l’unico che aveva la patente e che poteva portare a buon fine questa bizzarra iniziativa. E insieme al La Torre hanno pianificato il resto.”

“Mi sembra di vivere in un incubo…”

“Sarebbe meglio ci credesse… Ma lei sa almeno che sua madre ha un account Facebook?”

“Certo, siamo anche amici.”

“Bene. Allora sua madre, la signora Biancofiore, mi ha confidato che non ha più la patente. Non ha superato il test per l’ultimo rinnovo. Ecco perché mi ha detto di aver contattato il La Torre. Vecchio autista dello scuolabus e della parrocchia. Ma abbiamo un dubbio, a questo punto…”

“Quale dubbio?”

“La signora…”

“Mia madre?”

“Sì, sua madre, non vuole dirci se ha organizzato tutto insieme al La Torre, o c’era anche qualcun altro nel direttivo…”

“Perché non avete preso solo loro due?”

“Abbiamo fermato quattro pulmini…”

“Quattro pulmini?”

“Trentadue persone, di età compresa tra i settantasei e gli ottantotto anni.”

“Ma siete sicuri che sia mia madre l’ideatrice?”

“Guardi era lei che ci ha confidato di avere consigliato alle altre trentuno persone, coinvolte nell’inchiesta, di indossare vestiti più pesanti perché malgrado la giornata di sole su, al santuario, la temperatura sarebbe stata più bassa.”

“Non potrebbe essere stato un semplice consiglio?”

“L’organizzazione che sua madre aveva dato al gruppo era di stampo paramilitare. Le vecchie…”

“Maresciallo, sta parlando di mia madre e delle amiche di mia madre.”

“Mi scusi! Mi scusi, davvero. Le signore e i signori coinvolti si erano stesi sul pavimento del pulmino. Il piano prevedeva di sedersi sui normali sedili solo dopo la sosta al bar, tabacchi e ristorante, dove finisce il rettilineo. Per evitare che le forze dell’ordine si insospettissero, vedendo un pulmino ricolmo di gente, e per scongiurare che alcuni dei rivoltosi soffrissero le curve che portano al santuario, durante il viaggio. Noi li abbiamo intercettati lì, dopo essersi sgranchiti le gambe, pronti a riprendere l’azione sediziosa.”

“Ma perché parla di metodi paramilitari?”

“I quattro pulmini viaggiavano a dodici minuti di distanza l’uno dall’altro, il tempo che serviva per cambiare posizione. Avevano organizzato un sistema di segnalazione che, per fortuna, siamo, forse, riusciti a sgominare. Ma non siamo sicuri di avere intercettato tutti i pulmini.”

“Ma vi hanno spiegato i motivi del gesto insurrezionale?”

“Per Gesù, gliel’avevo detto al telefono. Lo psicologo consulente della polizia l’ha chiamata crisi di astinenza religiosa. Da quando la quarantena è cominciata, il loro bisogno, nella chat (chiamata ‘la vita eterna’), era cresciuto a dismisura. Era un bisogno incolmabile. L’astinenza è cresciuta in seguito alla sospensione delle funzioni religiose.”

“E quello che mandano per televisione?”

“Quello non bastava. C’era il bisogno di ‘scambiarsi i segni di pace’ e del resto della ritualità. Non appena sua madre è venuta a conoscenza della piccola processione che si sarebbe svolta all’interno della chiesa dei frati cappuccini, per spostare il Cristo, che aveva fatto il miracolo durante la carestia del 1737, vicino alla salma del santo, hanno messo in moto i propri canali e hanno deciso di parteciparvi.”

“Maresciallo, ma adesso cosa rischia mia madre?”

“Guardi potremmo imputarle l’epidemia colposa e la tentata strage, ma la signora, ad ottantadue anni non ha paura di nulla e quindi, perderemmo tempo. Non potremo nemmeno incarcerarla e ingolferemmo le aule di giustizia di questo paese, senza nemmeno arrivare a un verdetto, prima della morte della vecchia.”

“Maresciallo! Sta sempre parlando di mia madre.”

“Mi scusi! Mi sono lasciato prendere dalla rabbia.”

“E quindi? Come intendete procedere?”

“Parlando con la signora, mi sono reso conto di una cosa. Ma bisogna prepararla per bene e abbiamo bisogno della collaborazione dei parenti. Dei parenti delle trentadue persone indagate.”

“Per quale motivo?”

“Per evitare che questi scriteriati, possano pensare di rifarlo in futuro. Bisogna tenere questi folli a casa ed evitare che se ne vadano in giro ad infettare la gente perché devono pregare il loro Gesù.”

“E cosa possiamo fare noi parenti? Non possiamo sedarli, o impedire loro di pregare e di credere in quello che vogliono.”

“Non mi verrebbe nemmeno in mente di fare una cosa del genere. Bisogna ideare qualcosa di diverso…”

“Non penserà a una soluzione drastica?”

“Affatto. Bisogna solo fare in modo che…”

Il maresciallo si guardò attorno, con fare guardingo, come se dovesse mettere in atto una cospirazione. Mosse una mano come a chiedere che Calogero gli si avvicinasse.

“Ma Maresciallo, non posso avvicinarmi più di quanto già ho fatto.”

“Ah sì, mi scusi… La forza dell’abitudine…”

“Allora?”

“Be’ bisogna fargli credere che il Papa, non uno qualsiasi, il Papa, abbia intenzione di scomunicarli. Che gliene pare?”

 

  

VISIONI DAL FUTURO


Wednesday, February 28, 2018

“Ma nel 2045 chi è il presidente del consiglio?” chiedo.

“Non sono qui per parlare di questo” risponde scrollando la testa. “Ma è giusto rispondere alle tue domande… Nel 2045 il Presidente del consiglio è Berlusconi…”

Inspiro forte. Ma per raccontarvi meglio questa storia, dovrei partire dall’inizio.

Era un giorno d’estate qualunque. Caldo. Ero davanti al computer. Avrei voluto scrivere. Ma non avevo nessuna idea. Avevo il timore di avere preso quella malattia: il blocco dello scrittore.

Ma come poteva essermi venuto se io non sono nemmeno uno scrittore?

Fissai gli oggetti nella stanza, l’arco di una tribù amazzonica, regalo di un vecchio amore, la scultura de “l’urlo” di Munch, in cerca di ispirazione.

In quel momento non mi venne in mente nulla. Fissai la sedia vuota di fronte a me. Il vimini finemente intrecciato. La sedia che immaginai fosse lavorata a mano. Ma non mi lasciai confondere. Nel 2018 nessuno degli oggetti che mi circondavano potevano essere fatti a mano.

Una distorsione. Un semplice lampo. Mi sembrò che davanti a me ci fosse seduta una persona. Mi stropicciai gli occhi. C’era davvero una persona che non conoscevo seduta di fronte a me.

Chiusi gli occhi. Li riaprii.

Lui sorrideva.

Un’allucinazione. Avevo bevuto troppo. Non avevo mai pensato di stare bene. Ma adesso ero grave. Se ero preda di allucinazioni c’era qualcosa che non andava. Dovevo consultare un medico.

“Non sono una allucinazione!” Rispose lui come se mi avesse letto nel pensiero.

Restai immobile. Lui vide i rivoli di sudore sulla fronte.

Aspettò in silenzio che mi tranquillizzassi. Avrei avuto bisogno di bere un bicchiere d’acqua. Ma l’acqua era nell’altra stanza. Le gambe mi tremavano.

Quando scrivo ho bisogno di scuse per muovermi, muovermi mi aiuta a riflettere. A limare i pensieri che a centinaia di chilometri all’ora transitano nel mio cervello e che, selezionati, metto per iscritto.

“Se non sei un’allucinazione, cosa sei allora?” chiesi.

“Sono la proiezione di un’immagine… Arrivo dal futuro. Dal 2045.”

Avrei voluto ridere, ma stavo per cacarmi sotto.

Cominciai a fissare le sue rughe,  i suoi occhi, le sue narici, i suoi vestiti. Aveva ragione. Solo un imbecille, nel 2018, avrebbe indossato una giacca rosa su un pantalone fucsia, con la cravatta gialla fosforescente che risaltava sulla camicia verde smeraldo.

 “Io sono te…” Dice lui. “Qualche anno più vecchio”.

Bene. Quindi l’imbecille ero io.

Devo smettere di giudicare le persone solo per il loro aspetto, se anche io comincerò a vestire come un imbecille. Vorrei chiedergli cosa accadrà: a me, alla mia vita, alle persone che amo e che fingo di amare. E soprattutto al mondo.

La vita è bella anche se fa male.

Volevo davvero saperlo?

Volevo davvero sapere se avrei avuto dei figli?

No.

Però se ero tornato indietro nel tempo, avrò avuto qualcosa da dirmi.

“Ma nel 2045 chi è il presidente del consiglio?”

Ed eccoci al punto.

Resto basito. Mi faccio due conti. Siamo nel 2018. Nel 2045, tra 27 anni Silvio Berlusconi dovrebbe avere la bellezza di centodieci anni. Mese più, mese meno.

“Quale dei 5 figli? Marina la più ambiziosa?”

Lui ride:

“No, no! Nessuno dei figli!”

“Allora un nipote?

“Macchè! Proprio lui medesimo di persona: Silvio Berlusconi…”

Questo è uno scherzo. Anche se a guardarlo mi rendo conto che i suoi gesti sono anche i miei.

“Non è uno scherzo. È la verità…”

“Ma com’è possibile?” chiedo shockato. “A oltre 100 anni è ancora così arzillo da poter essere presidente del consiglio?”

“Nel tuo tempo le cose non sono mature.  Manca poco. Non ricordo in che anno ma dopo i trapianti di fegati, cuori, stomaci e mani, si è cominciato a parlare di trapianti di cervello.”

Non muovo nemmeno un muscolo. Lui, che altri non è che me stesso invecchiato, sa che sto aspettando la fine della storia.

“Nel 2022 il nostro sempre verde si è sottoposto al trapianto. Adesso il presidentissimo, come ama farsi chiamare, è più giovane di te… che sei me…”

Dio, anche se so che non esisti, fa che questo sia un brutto incubo.

Mi risveglio dallo stato di shock. Vorrei capire. Ma forse l’unica cosa che mi interessa davvero è chiedergli i risultati dei futuri campionati del mondo. Per scommettere e vincere una barca di soldi.

“Ma come è potuto succedere?”

Guarda i miei occhi. Ricorda i miei sogni e le mie speranze, sa già quel che diventeranno.

Devo evitare di capire cosa significano quei segni che la vita ha tracciato sul suo volto e che traccerà sul mio. E devo non pensare che tra qualche anno comincerò a vestirmi come un imbecille.

“Qualcuno pensò bene di toglierselo dalle scatole. E si organizzarono. Qualcuno ha anche detto che l’attentato se l’è organizzato da solo. Fatto sta che una pallottola lo colpì (o lo colpirà) sotto al cuore e lo portarono in ospedale. L’unica soluzione era il trapianto di cervello…”

Si ferma. Se mi conosco bene ha sete. Si guarda attorno. Ma acqua non c’è. Ha la gola secca. Deglutisce. Sorrido. Alcune cose non le imparerò mai.

“Il volontario, un giovane palestrato dai capelli biondi e gli occhi azzurri, si presentò all’ospedale accompagnato dalla famiglia e dalla fidanzata. Unica condizione posta al presidente fu che, con il nuovo corpo, facesse visita alla famiglia una volta alla settimana. Il presidente, per bocca dei suoi avvocati, accettò. L’Italia e il mondo trattennero il fiato. Il primo trapianto di cervello al mondo fu (o sarà- non so mai come districarmi in questi paradossi temporali con i tempi verbali) effettuato su un uomo politico. Il messaggio  era per gli attentatori: mirate alla testa. L’operazione durò un giorno e mezzo.

Tutto andò bene e dopo 4 settimane il presidente sfoggiò il nuovo fisico nei meeting internazionali con gli altri presidenti.”

Mi aggrappo con le dita ai braccioli della sedia. Non ci credo. È questo il futuro che mi aspetta? Nere nubi si addensano all’orizzonte. Ma se io ero tornato indietro nel tempo  doveva esserci qualcosa che avrei potuto fare per cambiare il passato. Ma cosa?

Le immagini e il video della presentazione da “UP Italian Upcycled Furniture” di Civitanova Marche


Thursday, April 6, 2017

L’utopia del rispetto- Capitolo primo- Seconda parte


Tuesday, April 4, 2017

La mia famiglia, i nostri vicini e tutta Siponto-Manfredonia erano per strada sbigottiti. L’astronave era una perfetta circonferenza del diametro di dieci metri tre ruote per l’atterraggio e, al di sopra, una specie di tazzina da caffè dalla quale usciva una testa umanoide di colore verde.

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Petra Casale legge “1-14 Agosto”, il primo capitolo di “L’UTOPIA DEL RISPETTO”


Monday, February 27, 2017

Il brano è realizzato in collaborazione con Enrico Nicola Cascavilla

Nel silenzio elettorale l’invasione dei Dogon…


Saturday, January 14, 2017

dogon

 Una strana invasione, un gruppo sgangherato di residenti che tenta di opporsi, i recinti etnici, coloro che si preparano a trarre vantaggio e coloro che cercano di capire.

I politici sono in vacanza, la burocrazia impiega mesi per rispondere, il sindaco in Grecia, il premier alle Baleari. Le autorità locali non sanno nulla, o almeno così dicono, e organizzano una manifestazione nella quale non si sa con chi prendersela, e poi nella confusione generale finiscono per manifestare in piazza del popolo davanti Palazzo S. Domenico contro se stessi.

Questo gruppo (Dogon) viene da un altro pianeta, sconfitto dai Gremezi in una guerra per questioni di donne (una variante di quella di Troia). Arriva Steven Spielberg per girare un film sulla vicenda, vi è la festa patronale, le giostre e a Manfredonia si ha la sensazione che la festa durerà a lungo. Maria aspetta un figlio, frutto dell’integrazione. Un prete è preso dalla voglia evangelizzatrice, si veste di verde e usa simboli e segni dei Dogon, ma vi è la protesta di altre religioni che vogliono anch’esse la quota di evangelizzazione. Per fortuna un saggio vescovo riesce ad evitare uno scontro di religione.

se volete continuare a leggere, potete farlo qui 

L’utopia del rispetto- Capitolo I -Parte prima


Saturday, January 14, 2017

 1 – 14 AGOSTO

dogon

 

Ero sul letto. Faceva caldo, troppo caldo. Avevo passato la notte in bianco. Il caldo non mi aveva dato tregua. L’occhio si chiudeva, il corpo trovava ristoro nel dormiveglia. Qualche secondo di sonno, poi mi risvegliai, mi alzai e mi tolsi la maglietta.

Mio padre era in salotto davanti alla TV, la canottiera sporca di sugo, l’occhio pendulo.

Il mio letto, esposto al sole, era un forno. Non riuscivo a trovare la posizione. Fuori si alzò il vento secco e caldo, la temperatura aumentò di almeno due gradi.

 

 

Sudavo, senza sosta. L’idea di dormire divenne un ricordo. Mi giravo e mi rigiravo tanto era uguale.

Qualche frase smozzicata arrivava dal soggiorno. Laudomia, la bruttona cui Totò dà volto, diceva qualcosa che non capivo. La palpebra calò di nuovo e, per qualche secondo, il sonno ristoratore pervase le mie membra. Il rumore dello scarico del cesso che, benché separato da un muro, si trovava vicino alla mia testa, mi svegliò; o forse era una mosca che mi aveva scambiato, madido di sudore, per un pezzo di merda?

Ero, di nuovo, tra i comuni coscienti: le urla che arrivavano dalle case dei villeggianti, la televisione, l’abbaiare di un cane, automobili che si mettevano in moto.

Sentii mio padre imprecare. San Firmino non sarebbe stato molto contento di quello che era stato detto di lui.

Il canale televisivo era partito, scomparso, saltato. D’improvviso la voce tornò, riprese a fare confusione. Io mi giravo in cerca di pace, quiete, serenità, calma, ristoro. Il favonio soffiava forte, la sabbia della spiaggia si spargeva nell’aria.

Gli occhi s’intestardivano. La stanchezza mi circondava. Il corpo era spossato. Tornai nel mondo degli incoscienti, immaginando il piacevole clima che desideravo.

Questa volta fu mio padre a svegliarmi. Ce l’aveva con san Catello, fraticello campano, assurto a santo benché su di lui gravassero voci equivoche: mio padre ne era certo, l’aveva appena ripetuto per la seconda volta. Il fruscio, che indicava la mancanza di segnale era più doloroso del ronzio di una zanzara, più sibilante del brusio di una mosca, più ficcante del frinire di una cicala.

Il vento si alzò in maniera innaturale, sembrava quasi procedere dal basso verso l’alto. Le finestre sbatterono sui cardini; aghi di pino rinsecchiti, rimasugli di polline, fiori secchi, polvere si sollevarono come durante le pulizie autunnali.

L’allarme dell’auto del vicino cominciò a ululare. Una decina di cani abbaiò. Il nostro più degli altri.

Mio padre imprecò. Tirò un pugno alla televisione per sperare che riprendesse a trasmettere Totò Diabolicus. Questa volta fu il turno di sant’Eufemio, santo a suo dire di cattivo esempio per i giovani.

Il nostro cane continua imperterrito a latrare e la sua voce era la più fastidiosa e stridula. Penetrava nelle orecchie e le foderava. Non era un cane vecchio, era scemo, come il padrone.

Mio padre urlò un ordine a mia sorella mentre continuava ad armeggiare con la televisione. Mia sorella, svestita, come tutti a casa, facendosi vento con un albo di Diabolik, si preparava a entrare in bagno.

“Dai, Enrico puoi andare tu?”, chiese supplicante a mio fratello, “Io devo andare in bagno…” e non concludendo la frase mostrò l’albo, dando a intendere che il bisogno era impellente.

“Irene io devo installare tutti gli up-date nel computer, non posso salire adesso…”

“Si, ma io devo andare in bagno”, rispose lei tirandosi dietro la porta.

Il cane continuava. Io guardai fuori dalla finestra, non sembrava che stesse arrivando un temporale. Che cazzo aveva da abbaiare così forte?

“Roberto dove sta?” chiese mio padre, alludendo al primogenito.

“Sta da Tiziana a Lido Tellina” mormorò sonnecchiando mia madre fuori dal coro, “che cerchi da Roberto?”

“La colpa è tutta sua”, rispose mio padre, mentre armeggiava con il telecomando, “È stato lui a dire che dovevamo comprare la nuova parabola. Funzionava così bene prima. Adesso l’abbiamo montata e non funziona più niente. Quando torna mi sente, quel signore…”

Mio fratello Enrico, ingobbito davanti al computer, lanciò un urlo:

“Matteo! Vai sul terrazzo a vedere perché il cane abbaia?”

“E perché non ci puoi andare tu?”, lo interruppe mio padre.

“Ma papà, tu mi hai detto di mettere a posto il computer. Che faccio lascio tutto e salgo?”

Mio padre, convinto dalla razionale spiegazione del terzogenito, diede fiato alle trombe della sua voce per richiamarmi all’ordine. Io, stanco, indossai la maglietta e, dopo aver imbracciato un paio di ciabatte, uscii per vedere che cosa fosse successo a quel rompitasche del cane.

Il vento era forte. Mi produssi in uno sbadiglio draghiforme e la bocca mi si riempì di polvere. Arrivai barcollando fino al cane che, legato, con la catena tesa al limite, abbaiava di spavento guardando fisso davanti a sé. Io mi avvicinai e lo accarezzai.

Alzai lo sguardo.

Non stava arrivando un temporale estivo. Mi sfregai gli occhi, come per schiarirmi le idee. Andai al rubinetto, quello che serviva a innaffiare le piante, e con l’acqua calda mi lavai la faccia. Ripresi a guardare nella stessa direzione e vidi una grossa astronave tondeggiante che lenta senza rumore scendeva nel cortile. Lasciai il cane ad abbaiare e tornai sui miei passi.

“Papà! Papà!”, urlai scendendo le scale, “C’é qualcosa che devi vedere…”. 

 

FINE PRIMA PARTE

Live at Zebra Fest


Friday, January 13, 2017