ANTEPRIMA
Capitolo Due, Punk Road in Cina:
L’INIZIO DELLA FINE

La prima volta che parlammo di questa cosa eravamo a Napoli, in un appartamento vicino piazza Mazzini. Non ricordo più nemmeno il nome della via, ma non è importante.
“Sai che potremmo fare?”, dissi rivolto a Eddy, mio coinquilino, amico e compagno dei corsi di cinese, “quando andiamo in Cina, potremmo metterci a cantare le canzoni dei CCCP e diventare famosi. Tanto là nessuno li ha mai sentiti. Diciamo che le canzoni sono le nostre e facciamo una barcata di soldi”.
Annuì. L’articolo sui giovani cinesi che ascoltavano punk lo avevamo letto assieme. Raggiante, ne fu convinto in un attimo. Mi guardava come se fossi stato un genio, ma in realtà avevo detto l’ennesima cazzata. Sorseggiò una birra o aspirò del fumo da una sigaretta. Non lo ricordo poiché tutto questo, fino a oggi, non era stato così importante da essere messo per iscritto.
Tirava vento la sera che decidemmo di dare un seguito a quella discussione. Erano passati diversi anni. Ne avevamo ben venticinque, quando, parlando con John Shady, che ne aveva 10 più di me, decidemmo che era il momento di provarci. Parlai con John e lanciai un urlo a Eddy, seduto poco distante a parlare con una ragazza. Una ragazza, inutile ricordarlo, piuttosto brutta. Ma, come si sa, l’alcol riesce a farti trovare divertente anche la sciagura più atroce, e spesso si beve per dimenticare di stare a parlare con un cesso.
“Lunedi andiamo a fare le prove!” gli urlai mentre John si sfregava le mani.
“Le prove di che?” mi chiese lui.
“Le prove con la band!”
Non dissi altro, e lui si immerse nelle sue ricotte[1]. Kill the poor, I wanna be sedated, Surfing Bird e Spara Yuri sarebbero state il nostro battesimo del fuoco su un palco. In pochi secondi ingaggiammo Sandro al basso, e John si diede da fare per trovare un batterista. Lasciai John e andai a parlare con un cesso qualsiasi anche io. Il lunedi pomeriggio alle cinque mi ero già dimenticato dell’appuntamento. Fu una telefonata di John a farmi staccare le chiappe dal divano. Io ancora non ci credevo! Qualcuno aveva preso sul serio l’assurda proposta che avevo fatto!
Erano nati gli Spermatozeus. Suonammo con tanta gente: Sam, Chris, Matti. Ma il gruppo base con il quale io e Eddy avevamo suonato ci stava per lasciare. Mihao, virtuoso batterista svedese, tornava in Svezia per sposarsi con l’adorata Elizabeth. Sandro tornava in Italia per un paio di mesi, ma aveva già deciso che avrebbe fatto qualcosa di più consono alle sue qualità di musicista. John Shady, l’uomo che aveva scritto musica e testi per canzoni memorabili, senza alcuna spiegazione, ci lasciò per andare a vivere a Chiangmai, in Tailandia.
Io e Eddy avevamo voglia di continuare, e quindi dovevamo trovare qualcuno disposto a perdere tempo con noi. Non fu difficile: a Kunming, dove vivevamo, passano un’infinità di sfaccendati, e qualcuno che sapesse mettere insieme tre sconclusionati accordi punk lo avremmo trovato di certo.
Il Maestro Pippo Papozzi, con la sua testa piena di dread, passò davanti al box insieme a Ciccio Fiabeschi in una calda serata settembrina, mentre io mi preparavo a diventare 26enne. In ritardo per il punk, e ancor più in ritardo per l’autodistruzione che il punk andava predicando. Noi volevamo vivere a lungo e scopare all’infinito. Il maestro Papozzi accettò di buon grado di far parte del gruppo.
Lui suonava bossa nova e jazz. Uno serio. Dovevamo cambiare nome, non eravamo più gli Spermatozeus, eravamo un’entità diversa. La parte ritmica era cambiata totalmente. Adesso eravamo io, Eddy, il Maestro Pippo Papozzi alla chitarra, Xiaodu, giovane studente del conservatorio di Kunming, al basso, e Wanghui, del quale non ho mai saputo cosa facesse per mantenersi, alla batteria. Wanghui era il più veloce con il suo strumento, ma anche il peggiore, incapace di sostenere qualsiasi tipo di ritmo. Erano nati gli Smegma Riot. Gli ultimi due componenti li raccattammo in momenti di bisogno, ma mai il bisogno si dimostrò più efficace per formare il supercombo che adesso è con noi anima e corpo.
Xiaodu ci disse che doveva lasciare la band per motivi di studio, o forse perché non abbastanza punk. Carletto arrivò in città in marzo. Si vedeva subito che aveva la stoffa degli altri stalloni italiani. Suonare con lui era come suonare con la cintura di sicurezza e l’airbag laterale: infondeva certezza. Anche Wanghui ci lasciò. Demon Jon spaesato, si unì a noi appena giunto a Kunming. Gli demmo l’opportunità di fare l’imbecille insieme a noi. Accettò di buon grado. Timido, cercò di diventare italiano al cento per cento.
Ecco, come i supereroi, queste sono le nostre origini segrete. Nessun Buddha radioattivo ci ha morso. Nessun esperimento sfuggito al controllo del partito comunista cinese.