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L’utopia del rispetto- Capitolo I -Parte prima


Saturday, January 14, 2017

 1 – 14 AGOSTO

dogon

 

Ero sul letto. Faceva caldo, troppo caldo. Avevo passato la notte in bianco. Il caldo non mi aveva dato tregua. L’occhio si chiudeva, il corpo trovava ristoro nel dormiveglia. Qualche secondo di sonno, poi mi risvegliai, mi alzai e mi tolsi la maglietta.

Mio padre era in salotto davanti alla TV, la canottiera sporca di sugo, l’occhio pendulo.

Il mio letto, esposto al sole, era un forno. Non riuscivo a trovare la posizione. Fuori si alzò il vento secco e caldo, la temperatura aumentò di almeno due gradi.

 

 

Sudavo, senza sosta. L’idea di dormire divenne un ricordo. Mi giravo e mi rigiravo tanto era uguale.

Qualche frase smozzicata arrivava dal soggiorno. Laudomia, la bruttona cui Totò dà volto, diceva qualcosa che non capivo. La palpebra calò di nuovo e, per qualche secondo, il sonno ristoratore pervase le mie membra. Il rumore dello scarico del cesso che, benché separato da un muro, si trovava vicino alla mia testa, mi svegliò; o forse era una mosca che mi aveva scambiato, madido di sudore, per un pezzo di merda?

Ero, di nuovo, tra i comuni coscienti: le urla che arrivavano dalle case dei villeggianti, la televisione, l’abbaiare di un cane, automobili che si mettevano in moto.

Sentii mio padre imprecare. San Firmino non sarebbe stato molto contento di quello che era stato detto di lui.

Il canale televisivo era partito, scomparso, saltato. D’improvviso la voce tornò, riprese a fare confusione. Io mi giravo in cerca di pace, quiete, serenità, calma, ristoro. Il favonio soffiava forte, la sabbia della spiaggia si spargeva nell’aria.

Gli occhi s’intestardivano. La stanchezza mi circondava. Il corpo era spossato. Tornai nel mondo degli incoscienti, immaginando il piacevole clima che desideravo.

Questa volta fu mio padre a svegliarmi. Ce l’aveva con san Catello, fraticello campano, assurto a santo benché su di lui gravassero voci equivoche: mio padre ne era certo, l’aveva appena ripetuto per la seconda volta. Il fruscio, che indicava la mancanza di segnale era più doloroso del ronzio di una zanzara, più sibilante del brusio di una mosca, più ficcante del frinire di una cicala.

Il vento si alzò in maniera innaturale, sembrava quasi procedere dal basso verso l’alto. Le finestre sbatterono sui cardini; aghi di pino rinsecchiti, rimasugli di polline, fiori secchi, polvere si sollevarono come durante le pulizie autunnali.

L’allarme dell’auto del vicino cominciò a ululare. Una decina di cani abbaiò. Il nostro più degli altri.

Mio padre imprecò. Tirò un pugno alla televisione per sperare che riprendesse a trasmettere Totò Diabolicus. Questa volta fu il turno di sant’Eufemio, santo a suo dire di cattivo esempio per i giovani.

Il nostro cane continua imperterrito a latrare e la sua voce era la più fastidiosa e stridula. Penetrava nelle orecchie e le foderava. Non era un cane vecchio, era scemo, come il padrone.

Mio padre urlò un ordine a mia sorella mentre continuava ad armeggiare con la televisione. Mia sorella, svestita, come tutti a casa, facendosi vento con un albo di Diabolik, si preparava a entrare in bagno.

“Dai, Enrico puoi andare tu?”, chiese supplicante a mio fratello, “Io devo andare in bagno…” e non concludendo la frase mostrò l’albo, dando a intendere che il bisogno era impellente.

“Irene io devo installare tutti gli up-date nel computer, non posso salire adesso…”

“Si, ma io devo andare in bagno”, rispose lei tirandosi dietro la porta.

Il cane continuava. Io guardai fuori dalla finestra, non sembrava che stesse arrivando un temporale. Che cazzo aveva da abbaiare così forte?

“Roberto dove sta?” chiese mio padre, alludendo al primogenito.

“Sta da Tiziana a Lido Tellina” mormorò sonnecchiando mia madre fuori dal coro, “che cerchi da Roberto?”

“La colpa è tutta sua”, rispose mio padre, mentre armeggiava con il telecomando, “È stato lui a dire che dovevamo comprare la nuova parabola. Funzionava così bene prima. Adesso l’abbiamo montata e non funziona più niente. Quando torna mi sente, quel signore…”

Mio fratello Enrico, ingobbito davanti al computer, lanciò un urlo:

“Matteo! Vai sul terrazzo a vedere perché il cane abbaia?”

“E perché non ci puoi andare tu?”, lo interruppe mio padre.

“Ma papà, tu mi hai detto di mettere a posto il computer. Che faccio lascio tutto e salgo?”

Mio padre, convinto dalla razionale spiegazione del terzogenito, diede fiato alle trombe della sua voce per richiamarmi all’ordine. Io, stanco, indossai la maglietta e, dopo aver imbracciato un paio di ciabatte, uscii per vedere che cosa fosse successo a quel rompitasche del cane.

Il vento era forte. Mi produssi in uno sbadiglio draghiforme e la bocca mi si riempì di polvere. Arrivai barcollando fino al cane che, legato, con la catena tesa al limite, abbaiava di spavento guardando fisso davanti a sé. Io mi avvicinai e lo accarezzai.

Alzai lo sguardo.

Non stava arrivando un temporale estivo. Mi sfregai gli occhi, come per schiarirmi le idee. Andai al rubinetto, quello che serviva a innaffiare le piante, e con l’acqua calda mi lavai la faccia. Ripresi a guardare nella stessa direzione e vidi una grossa astronave tondeggiante che lenta senza rumore scendeva nel cortile. Lasciai il cane ad abbaiare e tornai sui miei passi.

“Papà! Papà!”, urlai scendendo le scale, “C’é qualcosa che devi vedere…”. 

 

FINE PRIMA PARTE

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