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A PIEDI NUDI TRA LE MANGROVIE- IN VIAGGIO DURANTE IL COVID- Capitolo 13


Wednesday, November 18, 2020

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Questa è la storia di cinque persone che saranno costrette a viaggiare, o non potranno farlo, nel periodo del Covid 19. Tutte le storie qui raccontate sono tendenzialmente vere, ma probabilemente false, o viceversa; a voi la scelta.

Un capitolo al giorno (tranne il sabato e la domenica).

    SVOLGIMENTO. IL VIAGGIO, MIO MALGRADO

    Capitolo 13

    Verso la California - Il fragore dei proiettili

    Mohamed era uscito dalla macchina e si era stiracchiato.
    Il guardiano notturno si era avvicinato; i soldi ricevuti non bastavano a placare la sua sete, aveva annusato qualcosa.
    - Posso usare il bagno? Aveva chiesto Mohamed assonnato.
    Il guardiano dell’albergo si era distratto e lui, uscito di corsa dal cesso di servizio, era saltato in auto ed era filato mentre le luci dell’alba non avevano ancora fatto capolino.
    Aveva sentito il fragore di un’arma che sparava. Le pallottole lo avevano sfiorato; era un déjà-vu.

    Mohamed aveva dodici anni quando la guerra era arrivata a Freetown.
    Il suo amico Massai, di due anni più grande, aveva guidato l’affamato Mohamed in un cortile. L’esterno dell’edificio non era deturpato da mortai e mitragliatori.
    Che anno era?
    Il 1999?

    Massai andava spesso da quelle parti; anche quando non aveva denaro, riusciva sempre a rubacchiare qualche avanzo.
    Il camion ricolmo di vettovaglie era parcheggiato nel patio del palazzo; il mercato nero era gestito da libanesi armati, la folla lo circondava gorgheggiante, il sole ruggiva nel cielo azzurro.

    Mohamed aveva l’acquolina: da quattro giorni si nutriva di acqua bollita con foglie di sawa- sawa; non aveva un soldo, ma non aveva intenzione di tornare a casa a mani vuote.
    Era meglio avere debiti per tutta la vita, piuttosto che digiunare sino al termine della guerra.
    Delle urla.
    L’autista del camion accese il motore, il lieve movimento del mezzo provocò le proteste della folla inferocita.
    Un gruppo di giovani ribelli urlanti si affacciò nel cortile con i mitragliatori in mano.
    La stasi dell’indecisione, poi i serbatoi delle armi si svuotarono. Il rumore era insopportabile, i proiettili rimbalzavano e sollevavano la polvere.
    Mohamed fu tirato per una mano da Massai. Avrebbe voluto ringraziarlo. Si voltò verso di lui, vide un occhio saltar via e il sangue schizzare in aria, un altro colpo gli spezzò un ginocchio.
    Doveva fermarsi ad assisterlo o scappare?
    L’ultimo colpo centrò Massai al polso e mozzò il legame tra i due.
    Mohamed sentì l’odore del sangue nel naso, nella gola, nelle orecchie. Rimase per un attimo immobile, incolume, ipnotizzato.
    Era ricoperto di polvere da sparo.
    Si risvegliò dal torpore e cominciò a correre. Sentiva i proiettili colpire la breccia che aveva sotto i piedi, le pietre sollevarsi.
    Poi il clacson si mise a starnazzare.
    Il camion si era conficcato nella tromba delle scale, l’autista giaceva riverso sul volante, il sangue scendeva sull’orecchio sinistro.
    Uno dei suoi colleghi, un libanese dalla pelle olivastra, rantolava al suolo e si dimenava per impugnare la pistola che aveva infilata nella cintura; il proiettile lo aveva colpito all’addome, ma nessuno aveva avuto la pietà di finirlo.
    Mohamed aveva un’unica occasione: saltò sul retro del camion, afferrò un sacco di riso, se lo appoggiò sulla spalla, e balzò oltre la sponda, come un acrobata del circo.
    Correre verso il fondo del cortile lo avrebbe salvato?
    Per qualche secondo non sentì ronzare alcuna pallottola e continuò a scappare; il camion gli faceva da scudo.
    Davanti a lui intravide una porta: la speranza di una via di uscita. Una ragazza fuggiva indossando un vestito tradizionale. Mohamed stringeva il sacco di riso al petto, come se abbracciarlo più forte, avrebbe significato salvarsi la vita.
    Doveva continuare a respirare e sarebbe sopravvissuto
    Vide il cranio della ragazza spaccarsi in tre pezzi, il cervello lanciò uno spruzzo di sangue.
    Immaginò l’anima della ragazza lasciare il corpo e incamminarsi verso il cielo. Mohamed superò il corpo privo di vita mentre crollava al suolo, con un movimento scomposto. Corse più veloce, sentì un proiettile spostare l’aria vicino al suo orecchio.
    Qualcosa gli scendeva lungo la guancia; era sangue o sudore?
    Non poteva fermarsi a controllare. La porta era a pochi centimetri.

    La luce che filtrava dagli interstizi.

    I guerriglieri l’avrebbero seguito?

    Sfondò la porta con la spalla e si ritrovò nella strada deserta.
    Non c’era nessun posto dove nascondersi. Correre avrebbe significato diventare cibo per vermi.
    Intravide il canale di scolo che si portava via i liquami. Stringendo forte al petto il sacco di riso, si raggomitolò e vi si lanciò dentro.
    Fece qualche passo in avanti e si acquattò sotto la pedana che permetteva il passaggio dei pedoni; con i piedi a mollo, chiuse gli occhi in attesa che i rumori dei proiettili smettessero di esplodergli nelle orecchie.

    DOVE ERAVAMO RIMASTI?

    Riassunto delle puntate precedenti

    • Loriano e Abigail lavorano in Sierra Leone e, a causa del morbo, cercano di rientrare in Europa.
    • Mohamed è un cittadino della Sierra Leone emigrato negli Usa che sogna di rimanere da quelle parti.
    • Alex lavora al consolato di Canton e vuole riabbracciare sua moglie che, a causa del morbo, è bloccata in Giappone.
    • A Londra Arianna, la sorella di Loriano, deve recarsi nel nuovo ufficio per recuperare il computer aziendale.
    • La mamma di Loriano è a casa, in Italia e interpreta la verità, sul mondo, grazie al suo telefono.
    Loriano & Abigail Mohamed Alex Arianna Mamma

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