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A PIEDI NUDI TRA LE MANGROVIE- IN VIAGGIO DURANTE IL COVID-Capitolo 47


Wednesday, February 17, 2021

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Questa è la storia di cinque persone che saranno costrette a viaggiare, o non potranno farlo, nel periodo del Covid 19. Tutte le storie qui raccontate sono tendenzialmente vere, ma probabilemente false, o viceversa; a voi la scelta.

Un capitolo al giorno (escluso il venerdì, il sabato e la domenica).

SVOLGIMENTO. IL VIAGGIO, MIO MALGRADO

Capitolo 47

Il contenitore

Gli chiedo due baguette, la mia dose giornaliera. Lui si sfrega le mani, mi dà il cinque e mi cerca quelle appena cotte, soffici e croccanti; le tocca tutte senza guanti, anche quelle che tiene a terra in un cartone usato, bisunto, all’angolo della strada, assicurandosi che le mie siano le più gustose.

Afferro il pane, gli stringo la mano, gli comunico che torno in Europa e gli lascio un euro di buona uscita.
Mi avvio verso casa mentre il traffico è impazzito. Il mattino dopo riprende la segregazione, un uomo davanti a me carica un sacco di cipolle da cinquanta chili su un taxi e sfreccia via: affare premeditato o frutto dell’occasione?
Poi un rumore.
Crack.

Il bambino è in piedi, in stato di shock, senza essere stato colpito. Un fuoristrada nero si è fermato di fianco a lui. L’auto ha spaccato il contenitore di plastica che aveva sulla testa, con cui vende cianfrusaglie e porta il suo contributo a casa.
Le lacrime rotolano sulle guance.
L’autista è sceso dall’auto e urla improperi in krio. Io mi avvicino e chiedo all’uomo se si sente bene; lui è imbarazzato. Indossa una maglietta di una squadra di calcio, arancione fosforescente, e una giacca bianca: si sente elegante.
Urla insulti al bambino ma io gli ripeto che ho visto tutto.
Qualcun altro sulla strada affollata si avvicina; non capita spesso che uno straniero si intrometta in una disputa.
Giacca Bianca controlla che il contenitore in plastica non abbia danneggiato l’auto, brontola, poi risale sul mezzo e si eclissa nel buio.
Il bambino singhiozza. A terra sono rovesciati vari oggetti: suole per le scarpe, sigarette, accendini. Gli do una mano per raccoglierli, sperando che la luce fioca dell’imbrunire non ci faccia dimenticare alcun prodotto.
So cosa gli accadrà: rientrerà a casa, racconterà la disavventura e i genitori lo riempiranno di botte per aver rotto l’unico contenitore di plastica della famiglia.
È l’ultima sera a Freetown e agisco, anche se non sono mai stato un boy-scout: decido di accompagnarlo.
Cose da fare prima di abbandonare la città: finire di impacchettare la mia roba, pulire e regalare il cibo rimasto ad alcuni amici del luogo.
Scendiamo per una stretta via a ridosso della laguna che si trova a cinquecento metri dal mio appartamento; il proprietario di casa mi ha sconsigliato di percorre quella via, ma io proseguo stringendo la mano alla mia guida. Ci fermiamo in un piccolo negozio che vende innaffiatoi e bacinelle in plastica; ne scelgo una simile a quella andata distrutta.
La madre sta cucinando su una fiamma di carboni. Dalla pentola si alza un odore prelibato: foglie di cassava bollite. Spiego tutto con l’aiuto del bambino, mostro il nuovo contenitore, imploro clemenza per il ragazzo, in inglese, lascio un paio di euro di mancia e riprendo la strada.
Al buio il colorito abbronzato della mia pelle luccica come i capi fosforescenti che gli abitanti di Freetown, spesso, indossano.
Non appena uno sguardo indugia troppo su di me, accelero il passo, ho paura che qualcuno voglia spennarmi. Il denaro che ho nelle tasche non è sufficiente a placare la sete dei malintenzionati, ma il mio telefono sì.
Un uomo grande e grosso che parla in krio, mi si para davanti.
Non capisco.
Si avvicina un suo amico, pronto a fargli da interprete.
Il mio cuore balza in gola, non c’è illuminazione pubblica, non so cosa mi sta chiedendo, la loro posizione ostacola la mia fuga.
Sudo e tremo.
Tengo le mani lontane dalle tasche, come se non avessi nulla di valore. Poi la voce si schiarisce: chiede una sigaretta.
Non ne ho, ho smesso di fumare. I due mi ringraziano e si fanno da parte. Poi si avvicina un ragazzo che vende ricariche telefoniche e sigarette, con il classico cesto sulla testa.
Non compro un pacco di sigarette da otto mesi e ventisette giorni. Ricordo esattamente il momento in cui ho smesso di fumare: era il due di luglio, avevo la febbre.
Richiamo i due uomini che si fermano ad aspettarmi. Apro il pacco e ne offro una a entrambi. Poi gli regalo il pacchetto: non devo indurmi in tentazione.

Saluto e riprendo a macinare metri per rientrare a casa.

DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Riassunto delle puntate precedenti

  • Loriano e Abigail lavorano in Sierra Leone e, a causa del morbo, cercano di rientrare in Europa
  • Mohamed è un cittadino della Sierra Leone emigrato negli Usa che sogna di rimanere da quelle parti.
  • Alex lavora al consolato di Canton e vuole riabbracciare sua moglie che, a causa del morbo, è bloccata in Giappone.
  • A Londra Arianna, la sorella di Loriano, deve recarsi nel nuovo ufficio per recuperare il computer aziendale.
  • La mamma di Loriano è a casa, in Italia e interpreta la verità, sul mondo, grazie al suo telefono.

Loriano & Abigail   Mohamed   Alex  Arianna   Mamma

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