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A PIEDI NUDI TRA LE MANGROVIE- IN VIAGGIO DURANTE IL COVID-Capitolo 61


Monday, March 15, 2021

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Questa è la storia di cinque persone che saranno costrette a viaggiare, o non potranno farlo, nel periodo del Covid 19. Tutte le storie qui raccontate sono tendenzialmente vere, ma probabilemente false, o viceversa; a voi la scelta.

Un capitolo al giorno (escluso il venerdì, il  sabato e la domenica).

SVOLGIMENTO. IL VIAGGIO, MIO MALGRADO

Capitolo 61

Il bancone

La sala d’attesa dell’aeroporto di Freetown è l’ultimo luogo di libertà. Con Abigail ci avviciniamo al bar; senza attendere la sua risposta ordino due birre. Se lei non la gradisce e bevo in fretta la mia, posso attaccarmi all’altra senza che si riscaldi.
Le voci sono sparate, come se fosse festa. Siamo contenti, stiamo per partire, solo noi e al diavolo gli altri.
La barista, i capelli raccolti in treccine rasta, e la faccia con vistose macchie che denotano problemi con la distribuzione della melanina, ci ricorda che questo è il suo ultimo giorno di lavoro, l’aeroporto resterà chiuso per due mesi e mezzo.
Elemosina una generosa mancia?

Il morbo le fa paura solo se gli ospedali dimenticano le altre malattie; il tetano falcia vite come se si vendemmiasse e la malaria è il testimone di nozze; il sistema sanitario non reggerà con tre ospedali chiusi.
Il marito è a casa e non lavora: è uno dei sopravvissuti all’ebola. La sfortuna di lui è stata recarsi in ospedale quando non avevano ancora capito come questa si trasmettesse. Racconta lei, mentre io sorseggio la birra.
- Gli avevo consigliato di farsi visitare da un medico, poteva essere tifo, o febbre gialla, lui il vaccino non se lo era potuto permettere. Lo hanno fatto stendere su un letto in precedenza occupato da un malato di ebola e, invece di migliorare, gli hanno dato il colpo di grazia. - Racconta lei
- Poi era arrivato il vomito, la diarrea e il mal di testa. Si erano accorti dopo tre giorni che era Ebola e lo avevano trasferito nell’ospedale militare numero trentaquattro, lo stesso che utilizzano per il nuovo virus.
- Io ho sempre continuato a lavorare, mi sono coperta le braccia, indossato i guanti e con la mascherina addosso, ogni due giorni, gli portavo vestiti puliti e prelibatezze locali, che a lui non sono mai arrivate, malgrado le consegnassi ai medici e agli infermieri bianchi. - Continua lei. - Poi un giorno ho perso la speranza: vomitava sangue. Mi hanno dovuto fermare, stavo per andare ad assisterlo, malgrado i nostri quattro figli a casa. Se fosse morto, sapevo che non mi avrebbero restituito nemmeno il cadavere; lo avrebbero dovuto cremare.
Ordino un’altra birra e le lascio un euro di mancia, non per il suo futuro, ma per la storia che mi sta raccontando.
Il marito dopo quattro settimane si era alzato e avevano cominciato a incontrarsi attraverso il vetro di sicurezza.
Adesso stava bene?
Si porta i postumi della malattia; soffre di emicrania, dolori alle ossa e quando beve prova ad alzare le mani su di lei; cose che capitano, ha commentato la barista.
Come tanti connazionali, lei non ha paura del nuovo virus e sorride quando vede gli occidentali terrorizzati: in Sierra Leone non c’è modo di prevenire il contagio.
L’e-commerce non esiste; si è costretti a uscire per poter acquistare tutti i generi di prima, di seconda e di terza necessità.
La barista si dimentica di me e si affatica dietro un altro cliente.
Lento, senza la musica, si forma un trenino di allegria che investe tutti. Occhi che luccicano, sorrisi che scintillano, felicità a schizzi.
Amiamo la Sierra Leone, ma è meglio scappare.
Tutti si salutano con abbracci. Io chiedo a una faccia familiare se vuole un sorso della mia birra. Lui rifiuta e ordina un succo di frutta.
Dovrei alzarmi e salutare diverse persone, ma evito.
Questo è il bar al termine della civiltà, gli ultimi centilitri di birra che potrò consumare a un bancone. La normalità sta anche nel riuscire ad alzare il gomito con gli altri e non solitario, a casa, davanti alla televisione. E io voglio sorseggiare la quotidianità sino a quando è ancora fresca e scende dolce in gola.
All’improvviso grida di giubilo: i bambini si attaccano al vetro che lascia intravedere la pista di atterraggio. L’aereo è all’orizzonte, il cielo è terso. Il velivolo non lascia scia alle sue spalle.
L’automezzo atto al trasporto delle valigie sta manovrando sulla pista.
Le urla dei bambini diventano furiose.
Il cariaggio del piccolo automezzo si stacca.
L’aereo si appoggia sull’asfalto con un saltello. Il pilota intravede il carrello. È costretto a uno scarto brusco. Le grida di giubilo si mescolano a quelle di terrore. L’aereo si inclina su un lato, la velocità è alta. L’ala destra sfiora l’asfalto.
Bisogna fare la conta dei danni?
Riusciremo a partire?

DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Riassunto delle puntate precedenti

  • Loriano e Abigail lavorano in Sierra Leone e, a causa del morbo, cercano di rientrare in Europa
  • Mohamed è un cittadino della Sierra Leone emigrato negli Usa che sogna di rimanere da quelle parti.
  • Alex lavora al consolato di Canton e vuole riabbracciare sua moglie che, a causa del morbo, è bloccata in Giappone.
  • A Londra Arianna, la sorella di Loriano, deve recarsi nel nuovo ufficio per recuperare il computer aziendale.
  • La mamma di Loriano è a casa, in Italia e interpreta la verità, sul mondo, grazie al suo telefono.

Loriano & Abigail   Mohamed   Alex  Arianna   Mamma

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