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A PIEDI NUDI TRA LE MANGROVIE- IN VIAGGIO DURANTE IL COVID-Capitolo 79


Thursday, May 6, 2021

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Questa è la storia di cinque persone che saranno costrette a viaggiare, o non potranno farlo, nel periodo del Covid 19. Tutte le storie qui raccontate sono tendenzialmente vere, ma probabilemente false, o viceversa; a voi la scelta.

Un capitolo al giorno (escluso il venerdì, il  sabato e la domenica).

CONCLUSIONE. APPRODO ALLA DERIVA

CAPITOLO 79

L’ospedale

Osservo il tubo bianco. Sarei rimasto lì dentro per ventotto minuti e trentasette secondi. Ho chiesto precisione al dottore.
Andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene.
Se mi trovano l’imponderabile, che farò?
Mi curerò?
Oppure mi ritirerò su un’isola della Polinesia in attesa di morire?
A chi lo dirò per primo?

Indosso il pigiama che mi hanno dato in dotazione. Mi fanno sdraiare, mi introducono l’ago nel braccio, per il liquido di contrasto, e mi danno delle cuffie.
La vita mi passa dinanzi come un video di Youtube.
Ma mi fermo a un solo episodio.
Ecco sono di nuovo in Sierra Leone, in mezzo al guado. Anzi è una cazzata. Il guado non c’è. Sono stanco, sento il fiatone, muovo ancora qualche bracciata, ma la corrente è forte. Cambio stile, mi giro sulla schiena e provo a nuotare a dorso. Spero che con cinque bracciate arriverò alla riva.
Abigail. La colpa è sua. Mi ha convinto ad attraversare il fiume e giungere sulla spiaggia dall’altro lato. La marea si è invertita e l’acqua si è alzata. Poche bracciate per un lupo di mare come me. E invece resto lì e sento la corrente che mi allontana.
La riva è dall’altro lato. C’è un cespuglio di mangrovie sovrapposte a quattordici metri da me. La spiaggia, quella del fiume, placida e sicura si allontana.
Abigail mi chiede se ho bisogno di una mano. Magari posso farmi tirare su da una barca. Quella che trasporta le signore con le ceste.
Non ho bisogno di loro.
Mi spingo, deciso, verso le mangrovie. Vedo i rami toccare l’acqua e i tronchi, striminziti ma robusti, fuoriuscire dal pantano. Devo appoggiare i piedi a terra. Oppure l’ignominia.
Abigail continua con le sue bracciate. Abbassa la testa e macina metri.
Io resto fermo. Appeso come un malinteso, a dieci metri da quelle piante.
Sono esausto. La corrente continua a trascinarmi verso l’oceano. Macino qualche bracciata. Procedo verso gli alberi. Il corpo si muove, ma non nella direzione che voglio. Mi aggrappo a un ramo. Poi mi accorgo che posso poggiare un piede a terra. La sabbia è viscida e si avvinghia al piede.
Sono di nuovo calmo.
Dovrei sentirmi Tarzan ma, per struttura fisica, sono più simile a Cita. Mi sposto da un ramo all’altro e mi avvicino alla spiaggia, quella dalla quale siamo partiti. Abigail è ormai a qualche metro di distanza da me. Vede che sono in salvo e riprendere a navigare verso l’approdo. Lei procede in linea retta, sfidando i marosi.
Mi inoltro nella boscaglia e abbandono il fiume. Un metro dietro l’altro. Il piede destro affonda nel fondale limaccioso. La caviglia è nel fango. Ogni passo diventa più difficile del precedente, a più semplice delle bracciate.
Abigail mi attende sulla riva.
Io scosto le ultime foglie dell’albero. Fendo il fogliame e sono fuori. La spiaggia bagnata si indurisce. Sono fuori e tiro un sospiro di sollievo. Un paio di stranieri mi guardano interdetti. Perché sono uscito dalla boscaglia e non dal mare?
- Sei stato coraggioso. Mi dice Abigail.
- Perché?
- Come sapevi che non ci sarebbero stati serpenti o coccodrilli?
Adesso ho lo stesso panico: vedo il tubo che mi ingloba dentro di sé. Stringo nella mano un pulsante: in caso di allergia, prurito o paura, posso premerlo e loro mi trascineranno fuori.
Chiudo gli occhi; sento l’apprensione, il terrore, l’inquietudine. Se qualcosa deve andare male, lo farà.
Il cuore batte all’impazzata, rimbalza nella gabbia toracica. Sono stato tranquillo mentre il dottore mi spiegava cosa sarebbe accaduto, ma adesso tremo.
Sono dentro. Sto per premere il pulsante. Voglio scappare. Ho il fiatone. Ansimo. Non lasciatemi qui dentro!
Cerco di calmarmi. Se conto fino a mille ottocento, sarà giunto il momento di uscire.
Claustrofobia.
Non soffro di claustrofobia ma mi sto cacando sotto.
Andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene.
Apro gli occhi. Ho una decina di centimetri di spazio su di me. Spingo gli occhi per osservare oltre la mia testa. Vedo l’uscita. Mi tranquillizzo. il cuore rallenta, torna a battere normale.
Il frastuono della macchina è assordante, e copre anche la pessima musica: pop e latinoamericana. Se non mi uccide la malattia, può farlo la musica.
Smetto di contare. La voce registrata mi parla in italiano e mi chiede, ogni trenta secondi, di trattenere il respiro.
Quanto tempo è passato da quando sono entrato?
Mi sforzo di tenere gli occhi chiusi, ma ogni tanto sono costretto ad aprirli per assicurarmi che la via di fuga sia a portata di mano. Il lettino sul quale sono adagiato si muove, di pochi millimetri, avanti e indietro.
Poi capisco come fare: devo contare le canzoni. Ogni canzone dura tre minuti. Quante canzoni ho sentito da quando sono entrato?
E se sono malato?
E se non c’è più nulla da fare?
Risonanza magnetica; non sembrano parole che possono spaventare un uomo grande e grosso come me.
Ciò che accadrà dopo non è materia medica, ma teologica e comincerò a preoccuparmene al termine della visita.
A pochi centimetri da me c’è un’imperfezione nella macchina, sulla zona sinistra, come se lo sfregio luddista di un paziente impaurito ha danneggiato il mezzo non potendo modificare la diagnosi.
Quante canzoni sono passate?
E quante me ne mancano per uscire da questa macchina?
Sono calmo. Se mi prende un attacco di panico posso camminare fuori. Anzi adesso lo faccio. Mi tiro su con le braccia, senza alzare la testa, mi aggrappo al bordo e drizzo in piedi. Ringrazio tutti e me ne vado. Tanto se c’è qualcosa che non va, mi devono ricontrollare: mi infileranno di nuovo nel tubo e ricomincerà tutto da zero.
Spero che tutto finisca presto.
Andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene
E se finisce male che faccio?
Torno in Italia?
Ora, subito, adesso?

DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Riassunto delle puntate precedenti

  • Loriano e Abigail lavorano in Sierra Leone e, a causa del morbo, cercano di rientrare in Europa
  • Mohamed è un cittadino della Sierra Leone emigrato negli Usa che sogna di rimanere da quelle parti.
  • Alex lavora al consolato di Canton e vuole riabbracciare sua moglie che, a causa del morbo, è bloccata in Giappone.
  • A Londra Arianna, la sorella di Loriano, deve recarsi nel nuovo ufficio per recuperare il computer aziendale.
  • La mamma di Loriano è a casa, in Italia e interpreta la verità, sul mondo, grazie al suo telefono.

Loriano & Abigail   Mohamed   Alex  Arianna   Mamma

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