Sono nella mia casa di Dusseldorf, seduto sul divano. Mia moglie è appena andata a lavorare ed io ho appena finito di stirare una camicia bianca con le asole azzurre che tra poco indosserò. L’abito è appeso di fronte a me. Lo indosserò sopra la camicia. Cravatta grigia, cintura e scarpe rigorosamente abbinate. Nere. È il mio vestito da supereroe, la mia maschera. Il costume che da anni ormai utilizzo per accedere al mondo. Le mutande no, quelle le ho già indosso. Tra dieci minuti mi alzerò da qui, mi laverò i denti, ingellerò i capelli, indosserò la camicia, l’abito la cintura e le scarpe. Piero Pertolli, questo è il mio nome da combattimento (si Piero, non Pietro il mio vero nome, Piero è più neutro, è più indicato). Andrò in strada, salirò sulla mia Wolkswagen nera ed inserirò l’indirizzo dell’azienda nel navigatore satellitare. E quando sarò arrivato ed avrò ascoltato la loro proposta per l’ennesima volta dirò si, ci sto, ho un lavoro, uno stipendio, devo vivere.
Sono sempre Piero, che ama la birra, le giornate perse dietro le chiacchiere, i sogni ed il filosofeggiare. Che ama le nottate, le poesie erotiche, i fumetti, i film e tutte le stronzate che mi hanno reso bella la vita. Pino Pertica, come amano chiamarmi i miei amici, Pino alla play o che ascolta del buon rock. Ormai da anni però ho dovuto indossare il costume, atteggiarmi a uomo in carriera, positivista e a volte, forse troppe volte, benpensante. Troppe volte per non tornarci a pensare su. Non so perché ma mi sono convinto che fosse l’unica strada da prendere, trovare un’azienda, trovare un impiego, trovare un salario per vivere. E con quel costume mi sono presentato davanti a molti omaccioni d’affari. Io ed il mio coraggio. Il coraggio di un super eroe abbinato al savoir faire di un attore. Dialettica e fiducia in me stesso, ben sapendo che di tutto quello di cui parlavo non me ne fotteva un cazzo. Ma ero lì per la mia fissazione, per il salario, per l’indipendenza.
Anche stavolta sto per calarmi nuovamente nei panni del carrierista, sto per andare al primo vero colloquio di lavoro che la terra tedesca mi offre. Forse non a caso, forse per un buffo gioco del destino burlone l’azienda si chiama Buonsenso. Forse a sottolineare che la mia testardaggine può portarmi da qualche parte. Sarà l’ennesima occupazione lontana anni luce da quello che sono. Un’azienda che importa prodotti alimentari italiani e li distribuisce a vari ristoranti e negozi. Non so cosa mio proporranno, spero gestire i fornitori, ma ho paura che cerchino un commerciale. Uno di quelli vestiti in giacca e cravatta che va in giro a presentare i nuovi prodotti ai partner o che sviluppa il portafoglio clienti. Accetterò. Per soldi, se lo stipendio è interessante accetterò.
Misunderstanding. Si era trattato di un misunderstanding. Credevano che avessi risposto ad un loro annuncio di ricerca agenti per la regione. Credevano parlassi tedesco e che fossi un esperto conoscitore di tutti i vini italiani. Il colloquio dura meno di dieci minuti. Appena la donna capisce che vivo a Dusseldorf da meno di due mesi sbarra gli occhi. Appena capisce che non parlo tedesco, sorride. Appena capisce che amo il vino, ma che la mia conoscenza si limita al Nero d’Avola, al Syrah ed al Nerello mascalese cominciamo a parlare del più e del meno. La terremo al corrente mi dice, ma entrambi sappiamo che è un bluff.
Risalgo sulla mia Wolkswagen, mi stacco il collare (la cravatta) e mi fermo a pensare un attimo. La temperatura è ottima, fa caldo ed il cielo è addirittura azzurro. Non male per il nord europa a metà settembre. Sorrido, come al solito il re burlone mi sbeffeggia, anche stavolta mi ha messo al tappeto. Poco male, metto in moto e prendo un cd a caso. È un vecchio album di battisti. Andrà benissimo. Lo metto su e vengo travolto dalle note dei litfiba. Cangaceiro. Cazzo dentro l’album di battisti c’erano i litfiba. Sono già in autostrada e come mio solito sfreccio. Sembrava battisti invece erano i litfiba. Destino burlone, penso, anch’io sembravo un rappresentante, un agente di commercio. Dentro la scatola del carrierista c’era qualcun altro. Sembravo un commerciale invece ero Pino Pertica.