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PER UN’ORA D’AMORE


Friday, February 5, 2010

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Come al solito mi innamoravo sempre. Di qualsiasi donna avessi mai incontrato nella mia vita. Anche quelle con cui trascorrevo un paio d’ore. Anche della più stupida. Mi capitava. E mi capita ancora. Cosa ci posso fare? Niente. Ma nel momento dell’amplesso, mi piace mormorare quelle semplici parole. Quelle due parole che non hanno senso se prese singolarmente. Ma che in quell’attimo, in quell’attimo strano ed eccezionale vale la pena di mormorare. Da sussurrare nell’orecchio. Con dolcezza. Mentre lei mi accarezza. O mentre lei stringe le lenzuola. In genere sorridevano. O apprezzavano. Le più dure erano quelle che invece di accettarlo si zittivano improvvisamente e chiedevano conto di quella frase che mormoravo. Forse più per far contento me stesso. Per darmi delle illusioni e dare un significato alle parole: fare l’amore.

Quella sera era stato tutto troppo semplice. Davvero troppo semplice. L’avevo incontrata in un bar. Avevamo bevuto un drink assieme e avevo esagerato: “Andiamo a bere un altro drink a casa mia”, le avevo chiesto semplice.

Lei aveva annuito. Aveva preso la sua roba, una minuscola borsa di Prada e si era alzata immediatamente. Pronta. Aveva acceso una sigaretta al mentolo e si era avviata verso l’uscita. Io finii il drink in un sorso e le corsi dietro.

 

Lei sapeva quello che voleva. Io anche. Perciò, continuando a ridere e scherzare percorremo quei pochi metri che ci separavano da casa mia. Faceva freschetto, ma non freddo. Un lieve venticello si era alzato. Non provai ad abbracciarla per la strada. Ma recitai qualche poesia che ricordavo dai tempi della scuola. Provai a scaldarla con quei versi che parlavano di passioni eterne. E sperai per un attimo che almeno quelle riuscissero ad ovviare al freddo che insistente si infilava sotto la sua canotta. La vidi rabbrividire. Ma non so se per la bellezza dei versi o per un soffio di quella brezza.

 

Sul fiume ci baciammo. Nel momento di avvicinare le mie labbra alle sue tremai. Il cuore cominciò a battermi all’impazzata. Ci sciogliemmo in un bacio. Un meraviglioso bacio. E il cuore non smise più. La presi per mano e accelerai di più il passo. Casa era vicina.

 

Mi venne un dubbio. Il drink che avevo promesso non era altro che una semplice Peroni ghiacciata. La mia riserva d’alcol prevedeva solamente quello. Ma visto che lei era interessata a me, non me ne preoccupai.

Quando la stappai, lei rimase abbastanza fredda. Il rumore della bottiglia che si apriva aveva suonato come una bottiglia di champagne francese. Ma era della misera birra. Nient’altro che quello.

 

Misi un po’ di musica e cominciammo a bere e parlare. E bastò poco, pochissimo, per trasferirci, seminudi, dal divano alla camera da letto. Lasciando che i vestiti si sparpagliassero disordinatamente sul pavimento della casa.

Dopo aver detto quella frase ed averla coccolata per un po’ mi alzai e mi allontanai. La doccia mi richiamava insistentemente. Se c’era una cosa di cui non riuscivo a fare a meno era proprio quello. La doccia. Lasciai che l’acqua mi scorresse addosso e mi pulisse da lei facendomela dimenticare. Ma lei era lì nel letto. Mi aveva chiesto se poteva fumare. Ed io la lasciai fare.

 

Sperai che se ne andasse. Che lasciasse subito l’appartamento. Ma tutto questo non accadde. Non accadde assolutamente. Lei rimase ferma ad aspettarmi. Io dopo averla avuta già la odiavo. Speravo fosse una ladra. Speravo che dopo essere uscito dalla doccia fosse scappata via con tutti i miei averi. Tv, lettore dvd, computer. Speravo che accadesse.

 

Uscii dal bagno indossando il mio accappatoio tigrato di Gaioni. Lei era seduta sul letto ancora nuda. Io mi sedetti al suo fianco e le diedi un bacio. Ma non era un bacio di passione, come quelli che ci eravamo dati fino a pochi secondi prima. Era un bacio che voleva segnare il distacco. Volevo dirle, solamente, che così poteva bastare. Lei non se ne accorse e mi baciò sul collo. Io mi stesi al suo fianco, le presi la mano e chiusi gli occhi.

 

“Parliamo d’affari?”, disse solamente lei.

 

Io riaprii gli occhi. Ecco mi ero caricato una puttana e non me ne ero neanche accorto. Una di quelle raffinate, prima vengono a casa con te e poi ti chiedono i soldi. Le peggiori. Quelle che odi.

 

“Affari?”, chiesi io stralunato.

 

“Si, si affari…”, rispose lei.

 

Il suo volto era cambiato. Non era più la tenera ragazza che si aggrappava a me in cerca d’amore. Non era il tenero cerbiatto dagli occhi belli. Sembrava un serpente.

 

“Cosa intendi per affari?”, chiesi.

 

Mi ero seduto sul letto. Ignoravo cosa volesse. Ma qualcosa intuivo. Lo intuivo dal suo sguardo. Lo intuivo dai suoi occhi. Lo intuivo da come fumava la sua odiosa sigaretta al mentolo.

 

“Non penserai mica di risolvere tutto con una semplice frasetta?”, rispose lei austera.

 

Guardai il suo corpo. Il suo bel corpo. I seni perfetti e sodi. Mi ricordai in quel momento di non averle nemmeno chiesto che età avesse. Sicuramente più giovane di me.

 

“Non ho detto quella frase per cercare di risolvere tutto…”, balbettai confuso.

 

Lei si alzò ed andò lenta verso la borsa. Non finì nemmeno di ascltarmi. Mi lanciò addosso un tesserino. Non era nervosa. Non aveva paura. Era calma e rilassata e aspirava il fumo dalla sua sigaretta. Osservai il tesserino. Accademia d’arte, diceva solamente.

 

“Faccio l’attrice sai?”, mi disse lei un po’ sprezzante, “i miei insegnanti dicono che sono brava. Pare che, secondo il loro modesto parere sappia recitare davvero bene. E penso che anche tu possa essere d’accordo con loro.”

 

Si, dovevo annuire. Era stata davvero brava. Mi aveva convinto. Ma adesso, non avevo neppure idea di dove volesse andare a parare. Se era un’attrice non era una troia. La guardai interrogativo.

 

“So recitare davvero bene, sono una delle più brave del corso”, continuò lei seria, “e proprio questo dovrebbe darti da pensare. Diciamo che mi basterebbero poche semplici parole, mormorate nell’orecchio giusto per farti passare un’infinità di guai…”

 

Non immaginavo che genere di guai. Aspettai che finisse. E continuai a guardarla. Era bella. Molto bella. E sensuale. Lei sapeva di piacere agli uomini. Ed era in quel modo che agiva. Ma io davvero i guai non sapevo neppure da dove potessero cominciare. Non avevo moglie. E lei non aveva nessun matrimonio da distruggere. Ma penso che di questo se ne fosse accorta da sola.

 

“Basterebbe qualche strappo qua e là. Un bicchiere rotto ed un paio di urla ed il gioco sarebbe perfetto. Ti immagini dei poliziotti che entrano ed escono da questa casa e che fanno domande?”

 

Adesso capivo dove voleva arrivare.

 

“Basterebbe fare questo, e potremmo aggiungerci anche una bella crisi isterica. Un pianto sconsolato, con le lacrime che fanno scendere il make-up. E qualche solerte tutore della legge, oltre a portarti immediatamente in caserma ti mollerebbe anche un paio di ceffoni…”

 

Le guardai il collo. Quel bellissimo e lineare collo che fino a qualche minuto prima avevo toccato e baciato. Era lì ad un passo da me. Avrei potuto afferrarlo e stringerlo. Stringerlo sempre più. Aspettando che gli occhi uscissero dalle orbite e quel grazioso sorriso si trasformasse in una smorfia di dolore. Sentire le vene sotto il collo che smettevano di pompare sangue in tutto il corpo. Sentire le sue dita che lente graffiavano le mie mani che tenevano la presa. Potevo farlo, ma mio malgrado non ero un assassino.

 

Dopo quella frase era rimasta in silenzio. Aspettava la mia reazione. Si accese una sigaretta, quasi non facendo caso a me. Sapeva a cosa stavo pensando. Ma sapeva anche che un cadavere è qualcosa di difficile da tenere nascosto. Prima o poi, come tutti i nodi, sarebbe venuto al pettine.

 

“Quindi?”, dissi io con un sorriso amaro e rassegnato, “Quale è la soluzione?”

 

Le guardai le gambe. Meravigliose e perfette. Non un filo di grasso. Non un filo di cellulite. Era davvero una bella ragazza. Giovane e nel fior degli anni. Ma decisa e determinata.

 

“Quanto hai in casa?”, chiese lei, aspirando forte alla sua sigaretta.

 

Le labbra erano sottili. Sembravano disegnate su quel viso perfetto. Avrebbe fatto carriera nel mondo del cinema. E la avrebbe fatta in fretta. Immaginavo che baciarla adesso dopo quell’ennesima sigaretta al mentolo, mi avrebbe fatto capire il perché lei le fumasse. La bocca sarebbe ancora stata profumata.

 

“57 euro”, dissi.

 

Tutta quella discussione mi stava facendo tornare la voglia di fare di nuovo l’amore con lei. Ma lei forse non me l’avrebbe permesso. Eppure la desideravo. Non era più la stupidotta che mi ero portato a casa. Era una donna adesso. Non più una ragazza.

 

“Mio caro”, rispose lei accarezzandomi una guancia e sapendo cosa mi stava passando per la testa, “nemmeno quelle che battono sulla strada prendono tanto poco”.

 

Le bastava poco. Bastava che cominciasse ad urlare e a chiamare aiuto. Qualcuno avrebbe chiamato la polizia e a lei bastavano davvero pochi dettagli per poter rendere credibile la sua storia.

 

“Mi sembrava che fossi un tipo dal portafoglio rigonfio…”, continuò spegnendo l’ennesima sigaretta nel posacenere, “vedi di fare di meglio… altrimenti…”

 

Presi il portafogli e lo svuotai dinanzi a lei. Aprii il cassetto e tirai fuori un’altra coppia di cento euro. In tutto erano 279 euro.

Lei li guardò e li contò. Se li mise nella borsetta soddisfatta. Riprese il pacchetto di sigarette e cominciò a raccogliere la sua roba. Mi stava derubando eppure mi piaceva sempre più. Non riuscivo a non essere attratto da lei.

 

Si rivestì in fretta e furia. Io la seguii alla porta con il mio accappatoio di Gaioni. Prima di aprire la porta, si girò su se stessa e mi diede un lungo e appassionato bacio. Avevo ragione. La bocca era fresca e profumata. Come se non avesse mai fumato. Avendola lì, tra le mie braccia, non potei fare a meno di pensare che benché mi avesse derubato mi piaceva. Quella ragazza mi piaceva davvero. Aprì la porta ed uscì. Io la guardai andare via con le anche ondeggianti.

 

“Scusa”, le dissi mentre premeva il tasto per chiamare l’ascensore.

 

Lei si girò facendo roteare i capelli e mostrandomi i suoi occhi e il suo viso.

 

“Se ti va”, dissi con la voce tremolante, “ci potremmo vedere qualche altra volta…”

 

4 Responses to “PER UN’ORA D’AMORE”


  1. sirdicorinto Says:

    bello . sei sempre imprevedibile ed originale. mi porti a concludere la lettura senza che mi venga voglia di staccare e fare altro. (in realtà non è che abbia molto altro da fare…!!!)la tua immagine in accappatoio di gaioni (non so neanche chi sia) mentre ti fai derubare mi fa morire dal ridere. Bravò! come dicono a Basicò.

  2. eddyriot Says:

    eccellente codesto racconto…ovviamente tu non possiedi un accappatoio…dammi almeno questa certezza….

  3. lucio Says:

    Un accappatoio non lo possiedo, ma immaginavo quello tigrato di Oscar. Che fosse di Gaioni è stato subito chiaro quando, leggendo un numero di Ratman, Cinzia Otherside, il transessuale platinato, primo classificato al torneo di salto con asta propria, e secondo classificato alla gara di lancio della macina indossava il vestito da sposa di Gaioni appunto. Leo Ortolani è un genio. Leo Ortolani è il più grande autore Marvel vivente. Leo Ortolani va omaggiato quanto più si può. Via Leo Ortolani. Viva Gaioni.

  4. sirdicorinto Says:

    viva leo ortolani! Evviva!

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